PER SAPERNE DI PIU' - Le difficoltà scolastiche
Quando c'è un bambino sordo a scuola
di Simonetta Maragna tratto da “ L’educatore ”
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Le difficoltà dell’area socio-affettiva
La sordità è stata definita un handicap nascosto proprio perché le
problematiche, che sottintende, non sono facilmente e immediatamente percepibili
dagli udenti, siano essi docenti o compagni di classe.
Quando infatti un bambino sordo arriva a scuola, l’insegnante individua quasi subito una
serie di difficoltà riguardanti sia l’area socio-affettiva che quella cognitiva, ma non
sempre è in grado di metterle in relazione con il deficit e quindi di agire adeguatamente
per aiutare il bambino a superare l’handicap.
In questo primo articolo prenderemo in esame alcuni comportamenti che caratterizzano
l’alunno sordo, cercando di dare ai docenti indicazioni operative; mentre in un prossimo
contributo affronteremo le difficoltà a livello cognitivo.
I docenti, ma anche i compagni di classe, spesso rimproverano al bambino sordo:
- di essere isolato rispetto al resto della classe;
- di non stare attento, proprio lui che ha così bisogno;
- di avere atteggiamenti aggressivi o di rifiuto, spesso nei confronti dell’insegnante di sostegno;
- di non fare i compiti a casa e di non portare il materiale scolastico richiesto.
Isolamento
E’ vero che il bambino sordo tende a isolarsi rispetto ai compagni, ma è altrettanto
vero che questo avviene a causa delle difficoltà comunicative.
Non dobbiamo infatti mai
dimenticare che la sordità è un deficit sensoriale che, se è da solo, lascia integre le
facoltà intellettive.
I problemi dunque riguardano la comunicazione ed esistono alcune
strategie comunicative che gli udenti devono conoscere
per poter comunicare più facilmente con il bambino sordo:
- mettersi sempre di fronte a lui quando si parla;
- accertarsi di avere il viso e la bocca ben illuminati (mai mettersi contro luce);
- parlare in modo chiaro e semplice, senza usare frasi lunghe e con troppe subordinate;
- smettere di parlare quando si è girati a scrivere alla lavagna;
- parlare a turno, uno per volta, e segnalare con la mano quando qualcuno interrompe e interviene
nella conversazione;
- toccare leggermente sul braccio il bambino per richiamare la sua attenzione, mai all’improvviso
e alle spalle;
- farlo partecipe di tutto quello che avviene in classe e che a lui può sfuggire. Ad esempio
avvisarlo quando il bidello entra per un avviso, mentre lui è chino sul quaderno a scrivere;oppure spiegargli cosa succede, quando qualcuno dal fondo della classe lancia una battuta e tutti scoppiano a ridere.
Un gioco di simulazione, che si può proporre per meglio far comprendere alla classe le difficoltà
delle persone sorde, è quella di porsi tutti in cerchio per raccontare, a turno e senza voce,
quello che si è fatto il pomeriggio precedente.
Immediatamente vengono fuori i problemi:
- non tutti articoliamo le parole allo stesso modo (i sordi dicono che le labbra sono come i
polpastrelli delle dita: non ce ne sono due uguali);
- non tutti abbiamo la stessa capacità di leggere sulle labbra;
- la lettura labiale è molto faticosa perchè richiede un’attenzione visiva costante;
- se più persone parlano contemporaneamente è impossibile seguire la conversazione;
- se parlando usiamo la gestualità spontanea, la comunicazione diventa più chiara ed efficace;
quando non comprendiamo quello che gli altri dicono,
diventiamo nervosi, diffidenti e anche permalosi (sono le caratteristiche della personalità
che negli stereotipi vengono imputate ai sordi).
Concentrazione
Il secondo rimprovero è che il bambino sordo non sta abbastanza attento in classe,
ma dobbiamo sempre ricordare che la lettura labiale è faticosissima.
Allora, il docente cercherà
di rendere la sua lezione il più possibile visiva, accordandosi preventivamente con il collega di
sostegno in modo da reperire foto, diapositive, grafici e schemi che possano facilitare la
comprensione.
Pensiamo ad esempio ad una lezione di storia, dove si parla di suppellettili,
graffiti, palafitte è chiaro che, avendo alcune immagini, tutto diventa più semplice.
L’insegnante,
quando spiega, non solo cercherà di seguire le regole comunicative di cui abbiamo parlato prima, ma
scriverà alla lavagna una scaletta della sua lezione, in modo da poter indicare anche visivamente il
passaggio da un punto all’altro dell’argomento.
Il problema vero è che la scuola italiana, quasi sempre, si basa su due pilastri:
la lezione
frontale e l’interrogazione;
ambedue utilizzano la modalità verbale e quindi vedono perdente il
bambino sordo.
Se abbiamo un allievo sordo in classe non possiamo ipotizzare cinque ore di lezione
frontale, ma dobbiamo imparare a fare scuola in modo diverso e scopriremo che quello che funziona
con i sordi, va benissimo per gli udenti.
Del resto, il mondo della ricerca, con numerosi studi
italiani e stranieri, ha aperto nuove prospettive nell’educazione dei sordi mediante le tecnologie
(computer e sottotitoli) e la Lingua dei segni, la modalità comunicativa utilizzata dalla comunità
dei sordi.
Aggressività
Anche alcuni atteggiamenti aggressivi o di rifiuto del bambino derivano spesso
dall’incapacità del docente di adeguare la propria didattica alla reale situazione di partenza
dell’alunno stesso.
Molte volte si chiede all’allievo sordo troppo oppure troppo poco.
Nel primo
caso si possono innescare reazioni aggressive, perchè il bambino non è mai in grado di fare il
compito, che è troppo al di sopra della sua preparazione di base, oppure è formulato in un
italiano difficile e quindi incomprensibile, e lui, sentendosi frustrato, reagisce negativamente.
Nel secondo caso, si perde un’occasione, difficilmente recuperabile, di proporre nuove conoscenze
in un intervento educativo, in cui il tempo sembra sempre pochissimo, e ad un bambino a cui le
informazioni arrivano limitate a causa del deficit.
Compiti a casa
Allo stesso modo, è sempre il docente che deve evitare situazioni di privilegio,
per l’alunno sordo, nei compiti a casa.
L’insegnante deve sempre accertarsi che l’allievo abbia
scritto bene sul diario l’assegnazione dei compiti (magari demandando il controllo al compagno
di banco), ma poi deve esigerli, così come fa con tutti gli altri allievi:
le regole devono
essere uguali per tutti.
Da quanto detto finora, emerge chiaramente il ruolo essenziale che hanno, nella programmazione
didattica, la rilevazione della situazione di partenza e le strategie didattiche, ma di questo
parleremo nel prossimo articolo.
Piccola bibliografia
- Ardito B, Mignosi E. (1995) Vivo una favola e imparo le lingue. Come giocare e parlare con i bambini sordi e non. Firenze: La Nuova Italia
- Caselli M.C., Corazza S. (a cura di), (1997) Lis: studi, esperienze e ricerche sulla Lingua dei segni in Italia. Atti del 1° Convegno Nazionale sulla Lingua dei segni. Trieste 13-15 settembre 1995. Tirrenia (PI) Edizioni Del Cerro
- Caselli M.C., Maragna S., Pagliari Rampelli L:, Volterra V. (1994) Linguaggio e sordità. Parole e segni nell’educazione dei sordi. Firenze: La Nuova Italia
- Maragna, S (2000), La sordità, Milano: Hoepli.
- Maragna S. ( marzo 2003), Una scuola oltre le parole. Educare alla lingua parlata e scritta. Milano: Franco Angeli, 1° volume.
Le difficoltà dell’area cognitiva
In un precedente articolo, abbiamo esaminato le difficoltà che un bambino
sordo può avere nel comportamento, in relazione alla sfera socio-affettiva, ora
analizzeremo alcune problematiche dell’area cognitiva, facendo sempre riferimento
ad alunni con sordità grave o profonda, nati sordi o divenuti tali nei primi tre
anni di vita.
L’insegnante, che ha in classe, uno di questi bambini, si rende immediatamente conto che
quest’allievo non ha una competenza linguistica, nell’italiano parlato e scritto, adeguata
alla sua età, proprio perchè le persone sorde non acquisiscono spontaneamente la lingua
vocale (mentre questo avviene con la Lingua dei segni), ma la apprendono mediante un
intervento logopedico che può durare anche 10/12 anni.
Nella scuola materna è più semplice operare, nonostante l’inadeguatezza linguistica del
bambino sordo perchè nella comunicazione, anche dei bambini udenti, ha un ruolo essenziale
la gestualità spontanea e le esigenze comunicative sono meno raffinate.
Le problematiche
invece diventano più ampie nella scuola elementare, soprattutto nel 2° ciclo, quando comincia
lo studio delle materie orali e si richiede una produzione scritta più corretta sul piano
formale e più ricca nel contenuto.
Prima di affrontare queste tematiche è bene, però, ribadire che la sordità è un deficit
sensoriale che lascia integre le facoltà intellettive, per cui il successo scolastico di un alunno
sordo è strettamente correlato alla capacità dei docenti curricolari e di sostegno di proporre gli
argomenti con una didattica specializzata, che utilizzi al massimo il canale visivo (o ancora
meglio visivo-gestuale, se l’insegnante conosce la Lingua dei segni ed il bambino è segnante).
La didattica specifica che può essere di tipo tradizionale, ma dovrebbe anche tener conto
delle indicazioni che vengono dal mondo della ricerca: nuove tecnologie (computer e sottotitoli)
e Lingua dei segni.
In genere, i docenti rimproverano al bambino sordo:
- di non essere in grado di leggere da solo il libro di testo;
- di non saper rielaborare i contenuti studiati, esprimendoli in modo chiaro, corretto e
conseguenziale e quindi, in ultima analisi, di non essere capace di prepararsi bene ad un’interrogazione;
- di non saper produrre testi scritti adeguati nel contenuto e nella forma, in relazione alla classe
frequentata.
Autonomia nella lettura
E’ vero che il bambino sordo tende a isolarsi rispetto ai compagni, ma è altrettanto
vero che questo avviene a causa delle difficoltà comunicative.
Non dobbiamo infatti mai
dimenticare che la sordità è un deficit sensoriale che, se è da solo, lascia integre le
facoltà intellettive.
I problemi dunque riguardano la comunicazione ed esistono alcune
strategie comunicative che gli udenti devono conoscere
per poter comunicare più facilmente con il bambino sordo:
- mettersi sempre di fronte a lui quando si parla;
- accertarsi di avere il viso e la bocca ben illuminati (mai mettersi contro luce);
- parlare in modo chiaro e semplice, senza usare frasi lunghe e con troppe subordinate;
- smettere di parlare quando si è girati a scrivere alla lavagna;
- parlare a turno, uno per volta, e segnalare con la mano quando qualcuno interrompe e interviene
nella conversazione;
- toccare leggermente sul braccio il bambino per richiamare la sua attenzione, mai all’improvviso
e alle spalle;
- farlo partecipe di tutto quello che avviene in classe e che a lui può sfuggire. Ad esempio
avvisarlo quando il bidello entra per un avviso, mentre lui è chino sul quaderno a scrivere;oppure spiegargli cosa succede, quando qualcuno dal fondo della classe lancia una battuta e tutti scoppiano a ridere.
Un gioco di simulazione, che si può proporre per meglio far comprendere alla classe le difficoltà
delle persone sorde, è quella di porsi tutti in cerchio per raccontare, a turno e senza voce,
quello che si è fatto il pomeriggio precedente.
Immediatamente vengono fuori i problemi:
- non tutti articoliamo le parole allo stesso modo (i sordi dicono che le labbra sono come i
polpastrelli delle dita: non ce ne sono due uguali);
- non tutti abbiamo la stessa capacità di leggere sulle labbra;
- la lettura labiale è molto faticosa perchè richiede un’attenzione visiva costante;
- se più persone parlano contemporaneamente è impossibile seguire la conversazione;
- se parlando usiamo la gestualità spontanea, la comunicazione diventa più chiara ed efficace;
quando non comprendiamo quello che gli altri dicono,
diventiamo nervosi, diffidenti e anche permalosi (sono le caratteristiche della personalità
che negli stereotipi vengono imputate ai sordi).
Concentrazione
Il secondo rimprovero è che il bambino sordo non sta abbastanza attento in classe,
ma dobbiamo sempre ricordare che la lettura labiale è faticosissima.
Allora, il docente cercherà
di rendere la sua lezione il più possibile visiva, accordandosi preventivamente con il collega di
sostegno in modo da reperire foto, diapositive, grafici e schemi che possano facilitare la
comprensione.
Pensiamo ad esempio ad una lezione di storia, dove si parla di suppellettili,
graffiti, palafitte è chiaro che, avendo alcune immagini, tutto diventa più semplice.
L’insegnante,
quando spiega, non solo cercherà di seguire le regole comunicative di cui abbiamo parlato prima, ma
scriverà alla lavagna una scaletta della sua lezione, in modo da poter indicare anche visivamente il
passaggio da un punto all’altro dell’argomento.
Il problema vero è che la scuola italiana, quasi sempre, si basa su due pilastri:
la lezione
frontale e l’interrogazione;
ambedue utilizzano la modalità verbale e quindi vedono perdente il
bambino sordo.
Se abbiamo un allievo sordo in classe non possiamo ipotizzare cinque ore di lezione
frontale, ma dobbiamo imparare a fare scuola in modo diverso e scopriremo che quello che funziona
con i sordi, va benissimo per gli udenti.
Del resto, il mondo della ricerca, con numerosi studi
italiani e stranieri, ha aperto nuove prospettive nell’educazione dei sordi mediante le tecnologie
(computer e sottotitoli) e la Lingua dei segni, la modalità comunicativa utilizzata dalla comunità
dei sordi.
Aggressività
Anche alcuni atteggiamenti aggressivi o di rifiuto del bambino derivano spesso
dall’incapacità del docente di adeguare la propria didattica alla reale situazione di partenza
dell’alunno stesso.
Molte volte si chiede all’allievo sordo troppo oppure troppo poco.
Nel primo
caso si possono innescare reazioni aggressive, perchè il bambino non è mai in grado di fare il
compito, che è troppo al di sopra della sua preparazione di base, oppure è formulato in un
italiano difficile e quindi incomprensibile, e lui, sentendosi frustrato, reagisce negativamente.
Nel secondo caso, si perde un’occasione, difficilmente recuperabile, di proporre nuove conoscenze
in un intervento educativo, in cui il tempo sembra sempre pochissimo, e ad un bambino a cui le
informazioni arrivano limitate a causa del deficit.
Compiti a casa
Allo stesso modo, è sempre il docente che deve evitare situazioni di privilegio,
per l’alunno sordo, nei compiti a casa.
L’insegnante deve sempre accertarsi che l’allievo abbia
scritto bene sul diario l’assegnazione dei compiti (magari demandando il controllo al compagno
di banco), ma poi deve esigerli, così come fa con tutti gli altri allievi:
le regole devono
essere uguali per tutti.
Da quanto detto finora, emerge chiaramente il ruolo essenziale che hanno, nella programmazione
didattica, la rilevazione della situazione di partenza e le strategie didattiche, ma di questo
parleremo nel prossimo articolo.
Piccola bibliografia
- Ardito B, Mignosi E. (1995) Vivo una favola e imparo le lingue. Come giocare e parlare con i bambini sordi e non. Firenze: La ???????????`???Nuova Italia
- Caselli M.C., Corazza S. (a cura di), (1997) Lis: studi, esperienze e ricerche sulla Lingua dei segni in Italia. Atti del 1° Convegno Nazionale sulla Lingua dei segni. Trieste 13-15 settembre 1995. Tirrenia (PI) Edizioni Del Cerro
- Caselli M.C., Maragna S., Pagliari Rampelli L:, Volterra V. (1994) Linguaggio e sordità. Parole e segni nell’educazione dei sordi. Firenze: La Nuova Italia
- Maragna, S (2000), La sordità, Milano: Hoepli.
- Maragna S. ( marzo 2003), Una scuola oltre le parole. Educare alla lingua parlata e scritta. Milano: Franco Angeli, 1° volume.
Le difficoltà dell'area cognitiva
In un precedente articolo, abbiamo esaminato le difficoltà che un bambino sordo può
avere nel comportamento, in relazione alla sfera socio-affettiva, ora analizzeremo alcune
problematiche dell’area cognitiva, facendo sempre riferimento ad alunni con sordità grave o
profonda, nati sordi o divenuti tali nei primi tre anni di vita.
L’insegnante, che ha in classe, uno di questi bambini, si rende immediatamente conto che
quest’allievo non ha una competenza linguistica, nell’italiano parlato e scritto, adeguata alla
sua età, proprio perchè le persone sorde non acquisiscono spontaneamente la lingua vocale
(mentre questo avviene con la Lingua dei segni), ma la apprendono mediante un intervento
logopedico che può durare anche 10/12 anni.
Nella scuola materna è più semplice operare, nonostante l’inadeguatezza linguistica del bambino
sordo perchè nella comunicazione, anche dei bambini udenti, ha un ruolo essenziale la gestualità
spontanea e le esigenze comunicative sono meno raffinate.
Le problematiche invece diventano più
ampie nella scuola elementare, soprattutto nel 2° ciclo, quando comincia lo studio delle materie
orali e si richiede una produzione scritta più corretta sul piano formale e più ricca nel contenuto.
Prima di affrontare queste tematiche è bene, però, ribadire che la sordità è un deficit sensoriale che
lascia integre le facoltà intellettive, per cui il successo scolastico di un alunno sordo è
strettamente correlato alla capacità dei docenti curricolari e di sostegno di proporre gli
argomenti con una didattica specializzata, che utilizzi al massimo il canale visivo (o ancora
meglio visivo-gestuale, se l’insegnante conosce la Lingua dei segni ed il bambino è segnante).
La didattica specifica che può essere di tipo tradizionale, ma dovrebbe anche tener conto delle
indicazioni che vengono dal mondo della ricerca:
nuove tecnologie (computer e sottotitoli) e Lingua
dei segni.
In genere, i docenti rimproverano al bambino sordo:
- di non essere in grado di leggere da solo il libro di testo;
- di non saper rielaborare i contenuti studiati, esprimendoli in modo chiaro, corretto e
conseguenziale e quindi, in ultima analisi, di non essere capace di prepararsi bene ad
un’interrogazione;
- di non saper produrre testi scritti adeguati nel contenuto e nella forma, in relazione alla
classe frequentata.
Autonomia nella lettura
Inizieremo dal primo punto. La capacità di leggere e comprendere un testo richiede
da parte del lettore una buona competenza linguistica a livello lessicale e morfosintattico,
unita alla capacità di fare inferenze.
Le persone sorde incontrano generalmente difficoltà in
tutti e tre questi aspetti.
La minore padronanza di alcuni elementi morfosintattici (pronomi, preposizioni, concordanze, ecc -
frasi relative, frasi passive, uso del discorso indiretto, ecc) dovuta al deficit, è presente in
tutti i sordi, in modo più o meno accentuato in relazione alla loro personalità, al tipo e grado di
sordità, all’iter riabilitativo e scolastico, all’ambiente.
Poichè la prima operazione, che il
lettore fa, è proprio di tipo linguistico perchè, per comprendere il testo, egli deve possedere
una competenza linguistica nei pronomi, nella costruzione semantica, nei nessi distanziati e
così via, è chiaro che le difficoltà morfosintattiche influiscono negativamente sulla comprensione.
Rielaborazione contenuti studiati
Altri problemi derivano dal lessico, in quanto le persone sorde possiedono un
vocabolario limitato in Italiano, che è invece una lingua particolarmente ricca di sinonimi, e
una certa rigidità lessicale perchè sfuggono loro alcune espressioni linguistiche come i modi di
dire, le metafore, le allegorie.
Se ad esempio è relativamente semplice spiegare il significato di espressioni come ingoiare un
rospo, avere le tasche piene perchè la metafora sottintesa è visiva, è più complicato dare il
significato e far acquisire espressioni come gatta morta, oppure andare in bianco; e comunque
tutti questi modi di dire vanno spiegati chiaramente e con molteplici esemplificazioni perchè
manca, al bambino sordo, l’ausilio della ripetitività sonora.
Possono essere d’aiuto anche le capacità intuitive, per desumere, dal contesto frasale, il
significato della parola non conosciuta, analogamente a quanto facciamo noi quando leggiamo un
brano in una lingua straniera, che non padroneggiamo bene.
Ma non sempre questo è possibile.
Produzione testi scritti
Il terzo tipo di problematiche è di tipo enciclopedico ed è collegato alla
capacità di fare inferenze, cioè di attingere a quell’enciclopedia del lettore in cui,
ognuno di noi, raccoglie e classifica le informazioni e le conoscenze del mondo.
Le inferenze
sono anche di tipo lessicale e morfosintattico, ma noi qui intendiamo soprattutto quelle
enciclopediche.
Faremo un esempio. In una ricerca condotta con ragazzi sordi della scuola
superiore, una delle domande, per verificare la comprensione di un brano di narrativa,
chiedeva dove si svolgesse la storia.
Nel testo la località non veniva mai esplicitata,
l’unica indicazione veniva data dalla frase "Al tempo dello zar Pietro...". Per rispondere
positivamente, il lettore doveva sapere che, solo in Russia, il re veniva chiamato zar.
Poichè le persone sorde hanno meno informazioni, a causa del deficit, hanno più difficoltà
nel fare inferenze.
Cosa può fare l'insegnante
Per prima cosa, deve cercare di rafforzare le strutture morfosintattiche ogni
volta che se ne presenta l’occasione, ad esempio durante una lettura o la correzione di uno
scritto.
Si tratta cioè di aprire una parentesi, esplicitando chiaramente la regola perchè il
bambino sordo ne ha bisogno.
Infatti, mentre un udente non direbbe mai io ando perchè glielo
impedisce comunque la sua memoria acustica, l’alunno sordo, per non sbagliare, deve aver appreso
dal logopedista o dall’insegnante che il verbo andare fa eccezione.
Il problema maggiore è quello
di riuscire a dare le regole nell’ambito di contesti comunicativi reali e non in maniera avulsa,
facendo fare all’allievo ripetuti esercizi di grammatica, di cui poco resterebbe.
La stessa cosa
va fatta per il lessico, affrontando, anche qui ogni volta che se ne presenta l’occasione, i
diversi significati che le parole o le espressioni linguistiche possono assumere.
Pensiamo da
esempio a sacco: sacco di patate, un sacco di cose, mettere nel sacco, il sacco di Roma, ecc.
Ma il lavoro più difficile resta quello sulle inferenze, su cui la scuola in genere lavora poco.
L’abilità dell’insegnante è nel dare al bambino alcuni suggerimenti, durante i suoi tentativi di
intuire il significato del vocabolo sconosciuto, ma non troppi, affinchè un po’ alla volta egli
possa abituarsi a fare da solo le inferenze.
Per avere indicazioni più concrete su tutti gli
aspetti qui trattati, rimandiamo al testo Una scuola oltre le parole (La Nuova Italia 1995), in cui
sono riportati esemplificazioni pratiche.
Il secondo punto riguarda le interrogazioni.
E’ bene mettere subito in evidenza che le difficoltà
dei sordi sono complesse, non solo perr quanto abbiamo detto rispetto alla lettura e comprensione
del testo, ma dobbiamo tener conto che questo bambino, oltre a riorganizzare e ripetere in modo
logico e conseguenziale quanto ha studiato (come fanno gli udenti) deve i anche esercitare un
forte autocontrollo sugli aspetti morfosintattici, ricordandosi di mettere l’articolo davanti
al nome, di non ripetere il soggetto, ma di usare il pronome, di fare attenzione alla concordanza
tra i vari elementi della frase, di non dimenticare le preposizioni, ecc.
Allora, l’insegnante prevederà come prove di verifica non solo le interrogazioni, ma anche i
questionari scritti, meglio se a scelta multipla, in cui le domande siano attentamente formulate
in un italiano semplice e chiaro.
In altri termini, terrà separati i due momenti: quello della
valutazione della competenza linguistica , da quello della verifica dell’ìapprendimento delle
conoscenze, facendo in modo che in quest’ultimo caso, l’italiano non rappresenti un ostacolo.:
se il bambino sbaglia risposta, dobbiamo essere sicuri che l’ha sbagliata perchè non sapeva
risposndere e non perchè non ha capito la domanda.
Il terzo punto, come stimolare e migliorare la produzione scritta, è il più complesso; anche
gli udenti incontrano grandi difficoltà in questa abilità, perchè la nostra vita quotidiana ci
offre sempre meno occasioni di scrivere. E’ importante quindi spiegare al bambino sordo che,
per lui, la scrittura può rappresentare un’alternativa alla lettura labiale quando questa risulta
difficile, in modo da dargli una forte motivazioni nell’affrontare un complito che è senz’altro arduo.
L’insegnante seguirà gli stessi percorsi metodologici, che utilizza con gli udenti, ma avrà l’
accortezza di appoggiare sempre il suo intervento didattico sulle immagini, che possono fare da
supporto alla comprensione.
Esiste del materiale visivo, che in genere usano le logopediste, che
può andare bene anche per la scuola materna o il primo ciclo della scuola elementare.
Nel secondo
ciclo possono essere d’aiuto le schede-guida alla composizione scitta, in modo che l’organizzazione
del testo sia agevolata dalla conseguenzialità delle domande e l’insieme delle risposte dia forma
alla composizione.
Il docente prenderà spunto dalle difficoltà del bambino, per arricchire il
lessico e la morfosintassi, cercando però di valorizzare sempre i suoi interventi e di gratificarlo
quando riesce a fare un compito.
Conclusioni e bibliografia
In conclusione, l’obiettivo di questo contributo voleva essere quello di proporre ai
docenti curricolari e di sostegno alcune riflessioni sulle problematiche collegate alla sordità,
rimandando poi alla lettura di testi specifici, proposti nella bibliografia, per un ulteriore
approfondimento sia teorico che didattico.
Desideriamo però sottolineare che l’insegnante,una
volta compresio il perchè di certe difficoltà, è in grado da solo di adeguare la propria didattica,
utilizzando le competenze metodologiche, che già possiede e gli vengono dall’esperienza, alle
necessità dell’alunno sordo, utilizzando al massimo il canale visivo, che è integro.
Scoprirà
con grande sorpresa che quasi sempre quello, che va bene per l’alunno sordo, va benissimo anche
per gli allievi udenti che hanno difficoltà scolastiche.
Piccola Bibliografia
- Ardito B, Mignosi E. (1995) Vivo una favola e imparo le lingue. Come giocare e parlare con i bambini sordi e non. Firenze: La Nuova Italia
- Caselli M.C., Corazza S. (a cura di), (1997) Lis: studi, esperienze e ricerche sulla Lingua dei segni in Italia. Atti del 1° Convegno Nazionale sulla Lingua dei segni. Trieste 13-15 settembre 1995. Tirrenia (PI) Edizioni Del Cerro
- Caselli M.C., Maragna S., Pagliari Rampelli L:, Volterra V. (1994) Linguaggio e sordità. Parole e segni nell’educazione dei sordi. Firenze: La Nuova Italia
- Ardito B, Mignosi E. (1995) Vivo una favola e imparo le lingue. Come giocare e parlare con i bambini sordi e non. Firenze: La Nuova Italia
- Caselli M.C., Maragna S., Pagliari Rampelli L:, Volterra V. (1994) Linguaggio e sordità. Parole e segni nell’educazione dei sordi. Firenze: La Nuova Italia
- Massoni P, Maragna S. (1997) Manuale di logopedia per bambini sordi. Milano: Franco Angeli
- Maragna S. ( marzo 2003) Una scuola oltre le parole. Educare alla lingua parlata e scritta. Milano: Franco Angeli
- Favia ( marzo 2003) Una scuola oltre le parole.