![]() |
Via Nomentana 54/56 - 00161 Roma tel 0644240311 - 0644240194 - fax 0644240638 mail: istitutosordiroma@istitutosordiroma.it |
| Home | Materiale utile | Link | Contatti | Credits |
PER SAPERNE DI PIU' - Quando nasce un bambino sordo - L'assistente alla comunicazione (legge 104/92) Versione Acrobat Reader da stampare
Criteri Questi criteri sono stati elaborati dal Dipartimento S.E.U. (Scuola, Educazione, Università), un gruppo di esperti che collabora nell’ambito delle tematiche scolastiche con l’Ente Nazionale Sordomuti, in base alle riflessioni emerse da alcuni corsi pilota già avviati in città italiane e dalle esperienze nella gestione del servizio maturate in questi ultimi anni.
Art. 13 - Integrazione scolastica
Introduzione Le nuove prospettive aperte dalla ricerca scientifica nell’educazione
dei bambini sordi (tecnologie e lingua dei segni) hanno portato in questi
ultimi anni ad una richiesta sempre più crescente da parte delle famiglie,
di poter utilizzare l’assistente alla comunicazione, previsto dalla
L. 104/92, in ambito scolastico e a volte anche in
ambito esclusivamente familiare con bambini sordi in età prescolare
(a Genova il Comune fornisce questo servizio).
In nome di questa scelta, la Lingua dei segni, che sin dall’antichità era stata sempre utilizzata dalle persone sorde per comunicare come testimonia anche Platone, viene lasciata fuori dall’educazione e dalla scuola. Si dimentica il passato, si lasciano da parte i famosi manuali per l’istruzione dei sordi, come quello di Juan Pablo Bonet del 1620 (Bonet (1620) Reducion de las Letras y Arte para Ensenar a Hablar a los Mudos, Madrid , Abarca de Angulo.), in cui il soldato-filologo per primo racconta per iscritto di come quasi mezzo secolo prima Pedro Ponce de Leon educasse i tre figli sordi di un nobile spagnolo della Castiglia utilizzando i segni. Si dimenticano le famose dimostrazioni pubbliche del Settecento, con cui l’Abate L’Epée direttore dell’Istituto dei Sordomuti di Parigi faceva vedere che i sordi, grazie alla Lingua dei segni, potevano essere istruiti e imparare tutte le discipline, compreso il latino e il greco. Lo stesso Tommaso Silvestri, che era andato in Francia a imparare il nuovo metodo di L’Epée, verrà considerato il padre dell’oralismo, mentre i testi conservati nella biblioteca dell’Istituto Statale dei Sordomuti di Via Nomentana a Roma dimostrano chiaramente che utilizzava anche la Lingua dei segni. Del resto, alcune grammatiche per sordi, celebri come quella di Tommaso Pendola, sono scritte e strutturate, pensando di appoggiare l’insegnamento dell’italiano sulle caratteristiche della Lingua dei segni. Il resto è storia (Caselli, Maragna, Pagliari Rampelli, Volterra (1994) Linguaggio e sordità La Nuova Italia). Perché raccontare tutto questo? Per dire che quella scelta rigidamente oralista cancellò secoli di storia e di tradizioni nell’educazione dei sordi e condizionò in modo negativo la vita sociale dei sordi. In passato infatti molte persone sorde rinunciavano a parlare in pubblico, durante i convegni, le conferenze e i seminari a causa di difficoltà soggettive, come una brutta voce o una lettura labiale lenta, e oggettive come la lontananza dall’interlocutore o la presenza di più interlocutori che si accavallano nella conversazione: rinunciavano, pur avendo molte cose da dire e delegavano gli udenti a parlare per loro. Essere bilingue per la persona sorda significa conoscere sia la lingua dei segni che l’italiano parlato e scritto. E’ da sottolineare che per imparare l’italiano (perché di apprendimento si tratta e non di acquisizione) occorre una lunga terapia logopedica che può durare anche 10/12 anni, mentre per l’acquisizione dei segni avviene in modo naturale, spontaneo e veloce perché, essendo una modalità comunicativa visivo gestuale, utilizza la vista che è integra. Allora i segni possono rappresentare il primo codice comunicativo del bambino sordo, così che egli possa comunicare con la madre, la famiglia e il mondo, acquisendo informazioni e conoscenze. In questo modo si evita il rischio che al deficit si aggiunga un ritardo nell’apprendimento e che alla sordità si uniscano problemi di tipo psicologico, dovuti alle carenze nella comunicazione familiare. In questi ultimi anni stiamo assistendo in Italia a due fenomeni che diventano sempre più diffusi:
Il ruolo La legge 104/92 prevede la possibilità per i bambini
sordi di avere la figura di un assistente alla comunicazione, e sono
sempre di più le famiglie che chiedono questo servizio, anche se la
legge non traccia un profilo giuridico ed economico di questi operatori.
Anche se la legge 104/92 utilizza solo il termine assistente alla comunicazione sia nel caso che si tratti di una persona sorda che di una persona udente, è però preferibile chiamare educatore la persona sorda perché il suo è un vero e proprio intervento educativo, dal momento che deve rafforzare l’identità del bambino sordo, facendogli capire che la sua diversità va accettata perché è anche ricchezza.
I requisiti Assistente alla comunicazione sordo:
Quali competenze?
L’ingresso di un assistente alla comunicazione all’interno di una classe pone una serie di interrogativi
sul lavoro di questo operatore per quel che riguarda il suo ruolo e le sue competenze, rispetto all’
insegnante curricolare e di sostegno.
Il reclutamento degli assistenti In questi ultimi anni questo servizio ha avuto un incremento notevole senza che
parallelamente fosse delineato il profilo giuridico e venissero avviati percorsi di formazione.
L'Assistente alla Comunicazione in un contesto di bilinguismo
Anche nel nostro Paese, sia pure con decenni di ritardo rispetto a quanto è già avvenuto negli Usa e
in altre nazioni europee, si sta diffondendo, per il bambino sordo, un modello di educazione bilingue.
Al secondo quesito si può dare risposta, facendo riferimento agli studi che esistono in generale sul bilinguismo e in particolare sul bilinguismo dei sordi. Perchè il bambino acquisisca la LIS in modo spontaneo, non è sufficiente che i genitori conoscano i segni, perchè comunque per loro la LIS non è la prima lingua. E' necessario che il bambino sia esposto alla comunicazione segnica con adulti e bambini sordi e soprattutto in contesti diversi. Diventa quindi essenziale la figura di un educatore/assistente alla comunicazione, che la legge sui diritti degli handicappati (L.104/92 art. 13) già prevede. Oltre alla presenza di questa figura, che si preferisce chiamare educatore quando è sordo e assistente alla comunicazione quando è udente, è necessario però che il bambino frequenti la comunità dei sordi, dove troverà molteplici e diversi contesti comunicativi. L'educatore/assistente alla comunicazione può lavorare in famiglia (ad esempio a Genova il Comune paga un'educatrice sorda che lavora in famiglia con i bambini sordi molto piccoli) oppure, come succede più frequentemente, a scuola e quindi eccoci ad affrontare il terzo quesito. La presenza di questa figura, pagata dagli Enti locali, aiuta il bambino a costruire la propria identità e ad accettare il proprio deficit, in modo da evitare che nell'adolescenza, come troppo spesso accade, il ragazzo entri in crisi di fronte a domande esistenziali, quali:
In genere, l'educatore lavora a scuola dalle 12 alle 15 ore settimanali ed il suo compito è quello di affiancare le maestre, a cui resta il ruolo di insegnare, facilitando la comunicazione, arricchendo la lingua dei segni e, al tempo stesso, rafforzando con il confronto tra le due lingue le strutture morfo-sintattiche dell'italiano, con un ampliamento del lessico del bambino. Al docente resta quindi il compito di programmare e svolgere l'attività didattica, mentre l'educatore collabora attivamente alle lezioni. Nella realtà succede poi che in alcuni casi le diverse figure sono contemporaneamente in classe, magari quando si fanno lavori di gruppo; in altri caso, l'educatore resta in classe, mentre il docente di sostegno prepara e adatta visivamente il materiale didattico per l'alunno sordo; in altri ancora avviene che le due figure siano presenti in classe in momenti diversi, coprendo così un monte-ore più ampio. Le diverse scelte dipendono in gran parte dalla capacità delle persone di lavorare in equipe e di sfruttare al massimo le competenze professionale di ogni figura. Nonostante questa figura si stia diffondendo in tutta Italia a macchia d'olio, tuttavia manca ancora un profilo professionale, perchè la legge 104/92 si limita a prevederne la presenza, senza dare indicazioni precise nè sui requisiti nè sull'inquadramento giuridico ed economico. Da tempo l'Ente Nazionale Sordomuti ha sollecitato il Dipartimento degli Affari Sociali a definire il profilo professionale, seguendo anche le indicazioni suggerite dal Dipartimento Scuola dell'Ens (Nel Dipartimento Scuola dell'Ens lavorano esperti sordi, che da quasi dieci anni operano come educatori con bambini sordi, ed esperti udenti), che ha tenuto conto delle esperienze in corso ormai da anni. Inoltre, l'Ens sta cercando di organizzare alcuni corsi di formazione professionale che diano a queste persone anche adeguate competenze psico-pedagogiche e didattiche. Come spesso avviene nel nostro Paese, lo Stato è in ritardo rispetto alle situazioni reali e alle richieste dei cittadini.
Bibliografia
Piccola Bibliografia
|
![]() |